Di mestiere facevo il croupier.
Si puó dire che il rumore delle carte da gioco che frusciavano e delle fiche che si accalcavano sul tavolo siano stati la colonna sonora dei miei migliori anni sul tavolo.
Il ricordo più vivido è di come le carte volavano da una mano all'altra. Non era solo lavoro, ma la mia grande passione.
La mia abilità era arrivata al punto da far dimenticare qualsiasi preoccupazione ai giocatori che si sedevano al mio tavolo, talmente bravo da far passar loro ore a giocare senza che se ne accorgessero, talmente abile da mettere paura al più abile degli imbroglioni; tanto abile da meritare il soprannome di Blackjack Barry.
Le carte dominavano la mia vita. Cercavo in ogni cosa che facevo un legame con i semi delle carte o con le sue figure.
Non solo al lavoro ma anche fra le mura di casa mi passavo il tempo a giocare con le carte e a mescolare i mazzi più e più volte.
Il resto del tempo lo passavo a cercare nuovi metodi per impressionare i miei giocatori con nuovi modi per mescolare le carte o con nuove notizie per intrattenerli con me al tavolo.
Trovai, cercando, video e foto di castelli di carte...ne avevo già costruiti da piccolo, nella mia infanzia, ma non avevo mai trovato poesia in quelle costruzioni.
Ma quella volta fu diverso: non erano solo castelli di carta costruiti da un bimbo per passare un pomeriggio di un giorno di pioggia, ma delle vere e proprie architetture.
Intere città costruite con le carte! Dapprima cominciarono a dominare i miei sogni poi diventarono il centro delle mie ore libere al di fuori dei casinò.
Arrivai al punto di essere così abile da farne di giganteschi; un'intera stanza diveniva il mio regno fatto di assi, fanti re e regine.
I semi si ripetevano intorno a me facendomi dimenticare il mondo.
Oramai neanche più il mio lavoro era importante e quelli che prima adoravo intrattenere, di colpo diventarono dei fastidi, come un rubinetto d'acqua che di notte perde rumorosamente...Perdere...a proposito...diventai anche io come quel rubinetto: cominciai a non avere più interesse per il mio lavoro, cominciai a non contare più le mani vincenti a non parlare più ai miei giocatori. Arrivai al punto di picchiarmi con un giocatore al tavolo...
Non fu un bello spettacolo per il casinò. Tanto che decisero, dopo avermi pestato per bene di sbattermi fuori dal casinò ed infilarmi nella lista degli indesiderati. Degna fine per Blackjack Barry...
Finì col credere davvero che quelle carte potessero difendermi, alzare una barriera tra me e il resto dell'umanità.
Un mondo in cui ero libero.
Cominciai a non uscire più di casa.
Credevo di poter vivere in quel mondo rettangolare fatto di quattro semi e due colori.
E ci riuscì.
Almeno per un periodo.
Ero solamente io, un tavolino, una sedia e le mie carte. Vendetti tutto pur di far spazio alle mie creazioni. Creazioni che mi permettevano di restare isolato e felice.
L'unica persona che ancora facevo entrare nella mia vita era Johnny "Blah" Stones.
Il vecchio Blah. Mi faceva la spesa, pagava le mie bollette, tagliava persino l'erba del mio giardino.
Tentava di riportarmi indietro, al mio lavoro, ai miei giocatori...ma ormai era troppo tardi. Finì col cacciare anche lui un giorno che lo trovai a cercare di ripulire la mia casa dai mucchi, a detta sua, marci, di carte che erano state le mie prime creazioni. Ero talmente furioso che l'unica sedia in casa voló vicino alla sua faccia e subito dopo con un sputo lo centrai in mezzo agli occhi. Fu una bella scazzottata fino a quando, con un colpo ben assestato alla mandibola, Jhonny mi fece stramazzare a terra.
Mi risvegliai da solo. Accanto a me un biglietto. "coglione" diceva, e nient'altro.
L'ultimo favore che mi fece fu quello di chiamare un servizio di consegna a domicilio della spesa.
Il buon vecchio Johnny.
Continuai imperrterrito con la mia vita e le mie costruzioni. Arrivai a non mangiare per giorni e oramai anche il mio frigo era diventato una postazione dove tenere le mie opere.
Erano sei mesi che ormai non ricevevo piu neanche il sussidio per la disoccupazione e la mia realtà cominciava a scricchiolare come un vecchio pavimento in legno; bollette, ingiunzioni di pagamento delle rate dei mobili muravano e trabordavano dalla cassetta della posta. L'unica cosa utile nella cassetta era la pubblicità che mi aveva aiutato a passare l'inverno e a modellare le carte da gioco che ormai non potevo più permettermi.
Con l'arrivo di una stagione più mite pensavo che potessi smettere di preoccuparmi e di poter mettere da parte tutte le precauzioni che avevo adottato per salvare i miei tesori.
Niente di più sbagliato.
La cura che avevo scrupolosamente evitato di osservare nei confronti di tutta la casa mi si rovesció addosso come una valanga di fango.
Vivevo in una casa abbastanza grande, lasciatami in eredità da una mia vecchia zia. In passato era stato un bellissimo stabile. Essenziale nello stile, tratteneva dentro ambienti caldi e accoglienti.
Non avevo mai avuto particolare cura di lei, infatti già prima e grazie al mio lavoro la mia indifferenza nei suoi confronti aveva già minato la struttura della casa.
Tubature che potevano essere riparate avevano ceduto per l'usura del tempo. E le muffe che adornavano soffitti e angoli ne erano testimoni.
Mi accorsi che il tetto aveva retto il suo ultimo inverno, non tanto perchè avessi controllato, quanto perchè fu la prima pioggia primaverile a farmelo notare.
All'inizio del secondo mese di pioggia battente dai soffitti cominció a trasudare acqua che irrimediabilmente si riversava copiosa sulle mie creazioni lasciate da me senza difese.
Ampie porzioni del tetto crollarono, franando sui pavimenti ormai fradici e i pavimenti del piano superiore si riversarono sul mio museo sottostante cancellando in pochi secondi tutti i miei anni di creazioni.
Pensai, come avevo già fatto, solo a fuggire evitando i calcinacci che si staccavano. Non potevo non pensare a tutte le mie preziose creature, pura arte architettonica e fisica che irrimediabilmente venivano cancellati, eliminati senza che io potessi porvi alcun rimedio.
Uscì lanciandomi da una delle finestre prima che il resto dell'abitazione collassasse e si tramutasse nella tomba del mio fantastico regno.
Rimasi in piedi aspettando che il completo crollo mi permettesse di cercare un piccolo residuo delle mie amate costruzioni.
Ma il crollo e distruzione dell'impianto elettrico assieme alla lacerazione di alcune bombole di gas presenti mi fece schizzare addosso una parte dei detriti che mi trafissero in varie parti del corpo.
Sanguinante in ginocchio alcuni pezzi di carta ricaddero su di me e un pezzo bruciacchiato di un due di fiori mi si incolló sulla fronte.
Tentai di prenderlo ma le mie braccia erano inutili e lentamente il sangue che colava dalla mia fronte mi rese cieco. Mi accasciai a terra e mentre fuoriuscivano, tutti i liquidi del mio corpo occuparono lo spazio che una volta era dell'ossigeno, soffocandomi.
Mentre il dolore mi lacerava e con violenza la vita si stava allontanando da me, tentavo invano di trovare ancora qualche carta integra per trovare ancora il calore effimero del mio mondo.
-D-
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